L’amore che rimane
Ástin sem eftir er
di Hlynur Palmason / Islanda, Danimarca, Svezia, Francia 2025, 109′
con Saga Garðarsdóttir, Sverrir Gudnason, Ída Mekkín Hlynsdóttir, Grímur Hlynsson
Versione originale sottotitolata in italiano
Ingresso: Intero 8,oo€ | Ridotto 6,oo€
Anna e Magnus, detto Maggi, si stanno separando: è un processo graduale, che la coppia porta avanti trascorrendo ancora del tempo insieme ai tre figli, in escursioni o in cene a casa. Mentre l’unità coniugale si va sfaldando, Anna si concentra sul suo lavoro di artista, anche se i riconoscimenti tardano ad arrivare; Maggi, invece, lavora su un peschereccio ed è quasi sempre in mare aperto. Quando i genitori non ci sono, i figli si dedicano a passatempi curiosi: in particolare i due gemelli, che tendono a creare giochi bizzarri e talora pericolosi per la loro incolumità.
«Non mi piace avere troppe intenzioni preconcette perché voglio che i miei film siano onesti, spontanei e il più possibile vicini all’esperienza umana reale. Gli argomenti sono sempre ampi e numerosi. Questo film parla della natura, di ciò che costruiamo, ricostruiamo o distruggiamo, di ciò che ci unisce e ci divide, dell’incomprensione e dei sentimenti contrastanti. Ma parla soprattutto della famiglia, che è il nucleo del film e il suo cuore pulsante – il che è una naturale estensione dei miei film precedenti, sia corti che lunghi.
Tendiamo a pensare che ciò che conta nel mondo sia il quadro generale, come la politica, ma per me, in un certo senso, le cose più importanti come esseri umani sono quelle piccole e intime, quelle vicine a noi: il rapporto con la propria famiglia, i fratelli, i figli, la natura, il luogo in cui si vive. Dopo Godland – Nella terra di Dio, il mio desiderio era raccontare una storia ambientata ai giorni nostri, esplorando i tempi in cui viviamo. Volevo riprendere ciò che mi è vicino, ciò che mi circonda, nel giardino, senza dover costruire o ricreare nulla. Mostrare le cose non in modo artificiale, ma così come sono realmente. Lavorare con l’intimo, il banale o persino il brutto – non qualcosa di epico, perfetto o eccezionale – era sia un desiderio che una necessità. È un film sull’intimo, sul familiare e sullo strano – c’è un aspetto onirico, ma volevo anche che tutto fosse fluido, che si muovesse costantemente come l’acqua.»
Hlynur Palmason