Il portiere di notte
Liliana Cavani / Italia, 1974, 120′ / versione originale s/t italiano
con Dirk Bogarde, Charlotte Rampling, Gabriele Ferzetti, Philippe Leroy, Isa Miranda
Vietato ai minori di 14 anni
Rassegna 10 e Luce
Ingresso unico 6,oo€
Film non più in programmazione
Max e Lucia divengono nel film i due iniziati che percorrono un processo di purificazione come quello di Tamino e Pamina nel reame di Sarastro.
Il film è infatti una lotta estenuante tra forze opposte (giorno/ notte, luce/ oscurità, assunzione delle proprie responsabilità/vergogna, portare alla luce/nascondere) che tentano una risoluzione.
L’ex ufficiale nazista vive come una talpa, annidato nei sensi di colpa, nella vergogna della luce diurna e nel terrore di un testimone vivente perché, come viene detto, i documenti si bruciano, ma un testimone è pericoloso.
Una forza inesorabile lo attrae perdutamente a quella che lui chiama ossessivamente ‘la mia bambina’. E lei, ex oggetto sacrificale, incarnata da una incantevole, ingenua e perversa Charlotte Rampling, non è solo la vittima che vuole ricreare la dinamica di sudditanza nei confronti del sadico, ma un’anima nomade che tenta la risoluzione del conflitto che la dilania.
Il nazismo e la Shoah sono maschere teatrali dietro le quali si cela un bisogno di espiazione. Sublimati da ogni realismo, finiscono nell’assurgere a immagini assolute di colpa e redenzione.
Il destino di lui è ora nelle mani di lei che può denunciarlo e mandarlo al processo, così come un tempo il destino di lei era affidato alla sua responsabilità.
In questo percorso la Cavani non realizza un film sulla memoria ma un mirabile laboratorio psicanalitico in cui si gioca il duello tra vittima e carnefice. E, se di memoria si può accennare, non si tratta di quella che onora e celebra le vittime di un genocidio, ma di un fantasma che perseguita l’individuo, con ombre e dita che accusano; una perfida scavatrice che non consente la comoda soluzione di un falò.
Max da carnefice nazista e da portiere , compare più volte con l’attrezzo fotografico per eccellenza: il riflettore, strumento che esprime tutta la sua volontà di ‘fare luce’ tradotto in un processo privato e terapeutico che fa affiorare una scomoda domanda di autenticità. Max vuole fare chiarezza mentre si infittisce il cerchio di fuoco dei criminali che vogliono omettere le prove delle responsabilità dei crimini commessi. Quelli della politica dell’equilibrio, della vita tranquilla o dell’attesa della pensione di guerra.
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