Hamnet. Nel nome del figlio
Hamnet
di Chloé Zhao / Gran Bretagna, USA 2026, 125′
con Jessie Buckley, Paul Mescal, Joe Alwyn, Emily Watson, Jacobi Jupe, Jack Shalloo
versione originale inglese sottotitolata in italiano
Ingressi: Intero 8,oo€ | Ridotto 6,oo€
Film non più in programmazione
Inghilterra, 1580. William Shakespeare, insegnante di latino che vive in povertà incontra Agnes, una ragazza dallo spirito libero e, affascinati l’uno dall’altra, iniziano un’appassionata relazione che li porterà al matrimonio e alla nascita di tre figli. Mentre Will persegue una promettente carriera teatrale nella lontana Londra, Agnes da sola si occupa della sfera domestica. Di fronte ad una tragedia che li colpisce, il legame un tempo indissolubile della coppia viene messo a dura prova, ma la loro esperienza condivisa pone le basi per la creazione del più grande capolavoro di Shakespeare, Amleto. Un racconto narrato con grande sensibilità e magnificamente realizzato, sulla complessità dell’amore e sul potere curativo dell’arte e della creatività.
Hamnet e Hamlet (Amleto) sono in realtà lo stesso nome, intercambiabile nei registri di Stratford tra la fine del XVI° e l’inizio del XVII° secolo.
«Hamnet. Nel nome del figlio parla di amore e morte, e di come queste due esperienze umane fondamentali possano trasformarsi e alchimizzarsi a vicenda attraverso l’arte e la narrazione. È una storia sulla metamorfosi. Spesso mi capita di non aver parole per descrivere il motivo per cui scelgo un progetto. Mi lascio guidare dall’istinto, da una forte attrazione che mi viene dal cuore. Le storie si presentano nella mia vita come se mi avessero scelta, e io non potessi fare altro che arrendermi a loro.
Hamnet è entrato nella mia vita come un sussurro che si è trasformato in un uragano. Alla fine del percorso, ero intenerita. Ho davvero capito cosa si prova a mantenere la propria capacità di amare, sentire e connettersi profondamente, nonostante la tempesta interiore o esterna che si sta attraversando: cogliere la bellezza, il dolore, il brivido, sull’orlo dell’annientamento e il silenzio. Dall’oscurità del terreno primaverile della vecchia foresta, alla porta buia sul palco del Globe Theatre inzuppato di pioggia, sono scesa con un gruppo di anime coraggiose, e insieme ci siamo aggrappate l’una all’altra, lasciandoci trasportare dalle correnti sotterranee del nostro inconscio. Nel caos abbiamo chiesto ad Agnes e William di guidarci. Abbiamo chiesto a tutte le donne del passato e del presente che hanno patito un grande dolore e una grande perdita, e agli uomini che hanno represso i propri sentimenti e sono fuggiti da sé stessi, di guidarci. Abbiamo chiesto alla foresta, al fiume e alla terra, di guidarci, e abbiamo chiesto ai nostri cuori selvaggi che anelano disperatamente alla libertà e alla pace, di guidarci. Alla fine, mentre danzavamo dentro e fuori dal palco del Globe, i veli tra realtà e finzione, passato e presente, visibile e invisibile, amore e morte si sono dissolti. Non c’era separazione. In quei momenti preziosi eravamo una cosa sola. Ho sentito nel mio corpo e nelle mie ossa, che l’amore non muore: si trasforma. Ho avuto paura della morte per tutta la vita e, di conseguenza, ho avuto paura anche dell’amore. Non sapevo come tenere il cuore aperto di fronte alla transitorietà della vita. Ho girato quattro film su personaggi che vivono una grande perdita e ritrovano sé stessi attraverso l’accettazione. Hamnet. Nel nome del figlio è il risultato di quel viaggio. Con il contenitore sacro dell’Amleto di Shakespeare, sono scesa più in profondità negli inferi per recuperare ciò che era andato perduto, e questo mi rendeva così timorosa dell’esperienza sia dell’amore che della morte. Maggie aveva aperto un portale con il suo libro, un ponte che ci permetteva di connetterci con Will in modi che non avevamo mai sperimentato prima. “Tutto ciò che vive deve morire, passando dalla natura all’eternità”. “Essere o non essere, questo è il dilemma”. “Il resto è silenzio”. Will aveva scritto una storia sull’amore e la morte, e mi sento onorata e fortunata di aver potuto interpretare i suoi messaggi per il pubblico di oggi. Sapevamo, sentivamo, che lui era con noi.
Nella nostra storia, Agnes e William si sono innamorati e hanno creato una splendida famiglia, finché non si sono trovati di fronte a un bivio dopo la morte del figlio. Non potevano tornare al passato e non potevano andare avanti. Erano congelati in un luogo liminale, spinti in direzioni opposte, senza riuscire a muoversi di un millimetro. È con tale tensione che si è sviluppata l’ALCHIMIA. In fisica, quando due forze tirano o spingono in direzioni opposte, si crea una tensione. Quando questa tensione è troppo forte, si verifica uno spostamento e un nuovo stato di equilibrio: nel momento esatto in cui Will si trova tra terra e mare, vita e morte, nasce una delle più grandi opere letterarie. Il nostro mondo è di fronte a una soglia. Tutti sentiamo l’immensa tensione e pressione. Percepiamo l’avvicinarsi di un nuovo stato di equilibrio. Molti di noi sono paralizzati in un luogo liminale, spaventati dal muoversi. Vedo le paure che mi tormentano negli occhi degli altri. La paura di ciò che accadrà. La paura di non avere il controllo sulle nostre vite. La paura di non essere più al sicuro in questo mondo. La paura di non conoscere più l’amore incondizionato. E, infine, la paura della morte, una morte senza senso. La ragione più profonda per cui ho realizzato questo film è quella di disilludere questa paura, mostrando il potere della metamorfosi che abbiamo dentro di noi come esseri umani, e la nostra capacità di alchimizzare le nostre esperienze, non importa quanto dolorose siano. Siamo tutti nati in questo mondo sentendo la tensione del vuoto. Dobbiamo scegliere di mantenere i nostri cuori aperti e camminare attraverso le fiamme. L’amore non muore, si trasforma. È la più grande metamorfosi dell’universo, e spero che il nostro film serva come umile promemoria di questo concetto.»
Chloé Zhao