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Sátántangó

Werckmeister harmóniák

di Béla Tarr / Germania, Svizzera, Ungheria 1994, 438’
versione restaurata 4K con 2 intervalli

Rassegna Béla Tarr
in collaborazione con il Trieste Film Festival

versione originale sott. italiano
Ingresso: Intero 8,oo€ | Ridotto 6,oo€

In una cooperativa agricola fallita, l’annuncio del ritorno di Irimiás, un manipolatore creduto morto, scatena nei contadini un misto di timore e speranza messianica. Più che un film, si tratta di un’esperienza trasformativa: la struttura circolare riproduce il movimento del tango (sei passi avanti, sei passi indietro), intrappolando lo spettatore in un tempo sospeso. È un’analisi spietata della manipolazione del potere e della necessità umana di credere in falsi profeti. Film di una densità visiva che ha cambiato la storia del cinema moderno.


Dodici capitoli, della durata complessiva di 7 ore e con quattro anni di lavoro alle spalle: è l’opera più monumentale e titanica di Béla Tarr, il geniale magiaro nel cui cinema ogni immagine è un inno alla potenza destabilizzante della settima arte e alle sue implicazioni, tanto epiche quanto tragiche. Il risultato è, in questo caso come altrove, un capolavoro torrenziale e assoluto, fluviale ed epocale, una pietra miliare inamovibile. Siamo nella pianura ungherese e il respiro tarkovskijano veicolato dall’autore raggiunge un empireo difficilmente esprimibile per chiunque altro, nel quale il massimo della dimensione apocalittica coincide con l’apice del trascendentale: una commistione di alto e basso, di dannazione sprofondata negli abissi del tempo e dello spazio e di sublimazione metafisica delle immagini che rendono il film di Tarr un’epopea sensoriale senza (e fuori dal) tempo, paradigmatica della condizione umana, delle sue menzogne, delle sue dolorosissime storture. Un film sulle bugie del potere, sull’inconcludente natura dolente dell’esistenza, sul baratro dal quale nessuno può dirsi esente, in quanto abitante del pianeta Terra soggetto alle vessazioni di un fato mefistofelico e delle strutture coercitive che, giorno dopo giorno, ne scandiscono la quotidianità, scavando delle fosse sempre più profonde dalle quali è davvero difficile sottrarsi. Tutto avviene senza infingimenti, in una visione nella quale la temporalità è resa col massimo del realismo e della verosimiglianza attraverso piani-sequenza interminabili e scene infinite: non un tour de force fine a se stesso, ma un’esperienza alla quale abbandonarsi con il corpo e con lo spirito, sprofondando nelle secche e nei tantissimi momenti preziosi di una messa in scena irripetibile, a metà tra onirismo malato e agghiacciante verismo. L’Apocalisse è (già) qui, è ora, è arrivata e non ce ne siamo nemmeno accorti; Tarr ce ne riversa addosso l’eco profondissima, con tutta la spietata consapevolezza di un uomo e di un filosofo delle immagini. Le lande desolate, al cinema, non hanno mai avuto tale imponente e derelitta grandezza. Fotografia capolavoro di Gábor Medvigy. Dal romanzo di László Krasznahorkai. 
(LongTake.it)

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