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Il cavallo di Torino

A torinói ló

di Béla Tarr / Ungheria, Francia, Germania, Svizzera 2011, 154’
versione restaurata

Rassegna Béla Tarr
in collaborazione con il Trieste Film Festival

versione originale sott. italiano
Ingresso: Intero 8,oo€ | Ridotto 6,oo€

Ispirato all’aneddoto su Nietzsche che racconta che il filosofo, prima di impazzire, abbracciò un cavallo a Torino, il film segue la vita ripetitiva di un vetturino e sua figlia in una fattoria isolata, flagellata da un vento incessante. Dichiarato come il suo testamento cinematografico, il film lavora per sottrazione assoluta: la ripetizione dei gesti quotidiani – mangiare una patata, attingere acqua dal pozzo – assurge a rituale metafisico. È la messa in scena della “Genesi al contrario”, il racconto di una fine del mondo che non avviene per esplosione, ma per il lento e inesorabile spegnimento di ogni luce e speranza.

L’opera ultima e definitiva di Tarr è una bolla spazio-temporale angosciante e cupissima, collocata nelle campagne ungheresi, in cui il tempo e lo spazio diventano pilastri portanti e forze da manipolare e dilatare, ricorrendo a inquadrature e a sequenze prolungate all’infinito oltre che a scenari foschi e brulli: delle terre selvagge dal fascino rupestre e contadino, che il bianco e nero (fotografia di Fred Kelemen) trasforma in delle lande sterminate e sperdute da cinema espressionista, simili a un inferno dell’anima privato di ogni forma di colore, vita, speranza. Tarr non contempla mai il suo ego di autore ma, accanto alla sua volenterosa troupe e alla moglie Ágnes Hranitzky (co-regista), dà vita a una monumentale riflessione sull’Apocalisse, lavorando sulle figure umane come manifestazioni dirette del caos primordiale, da rispettare e da raffigurare in tutto il loro dolente sovrapporsi di istinti e contraddizioni, di speranze disilluse e brutalità sopite pronte ad accendersi. Un cinema che ammutolisce nella sua sommessa potenza, che usa il tempo morto come sommo strumento di elaborazione immaginifica e psicologica. Gli inserti esterni alle azioni dei due personaggi principali, un padre e una figlia che lo affianca e lo cura, assumono il valore di presagi mortiferi: il visitatore e il suo discorso pieno di immagini oscure e ombrose, gli zingari e le loro proteste, il modo disarticolato con cui la donna legge un libro fornitogli da uno di quei vagabondi, secondo il regista ungherese una specie di Bibbia rovesciata. L’evento clou, tratto da un fatto realmente accaduto nella vita di Nietzsche, è tenuto fuori campo e viene rammentato nelle primissime battute dall’evocativa voce narrante. Il filosofo tedesco non si vede mai, ma la presenza del suo pensiero è più che tangibile. Straordinario il contributo del fido compositore Mihály Vig, che ha realizzato un tappeto sonoro costituito da un unico brano, semplicemente da brividi nella sua martellante catatonia. Orso d’argento e Premio FIPRESCI al Festival di Berlino.
(LongTake.it)

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