Le armonie di Werckmeister
Werckmeister harmóniák
di Béla Tarr / Ungheria 2000, 166’
versione restaurata 4K
Rassegna Béla Tarr
in collaborazione con il Trieste Film Festival
versione originale sott. italiano
Ingresso: Intero 8,oo€ | Ridotto 6,oo€
Film non più in programmazione
L’arrivo in una cittadina ungherese di un circo misterioso, che trasporta la carcassa di una balena gigante e un enigmatico “Principe”, scatena una violenza apocalittica osservata attraverso gli occhi del giovane e puro János. Nel film, apice della collaborazione con lo scrittore László Krasznahorkai, la balena diventa un simbolo muto della divinità o del mostruoso, attorno a cui ruota la fragilità dell’ordine sociale; una parabola folgorante sulla resistenza della bellezza di fronte alla brutalità cieca delle masse in uno splendido restauro 4K che restituisce ogni sfumatura di grigio della visione originale.
Pietra miliare assoluta del cinema contemporaneo, nonché uno dei massimi punti di riferimento per tutti gli anni 2000, Le armonie di Werckmeister mette in scena, in termini allegorici e metaforici, un apologo pessimista ma profondamente poetico sugli uomini e il loro destino, trasfigurando le storture più atroci e i simbolismi più amari in pagine di grande cinema del sentimento, che nasconde un cuore evidentemente pulsante sotto la scorza apparentemente rigida generata dell’oltranzismo formale. Il villaggio del film, caratterizzato da scontri e ostilità, è prigioniero di una figura mostruosa ma reticente (il principe, invisibile ai più), che si macchierà di terribili delitti: un’evidente allusione ai regimi totalitari che hanno caratterizzato la storia del Novecento, dei quali il film di Tarr vuole ergersi a opera di denuncia, ma senza mai sbilanciarsi direttamente sul territorio del pamphlet, preferendogli semmai le nebbie, tutt’altro che consolatorie, del ricordo e della reminiscenza. L’enorme balena è invece chiaramente una traslitterazione in chiave unicamente negativa del Leviatano, animale biblico simbolo tra le altre cose della potenza di Dio («È incredibile come il signore si diverta a creare esseri così strani»), la quale, nonostante non si sottragga dal vessare gli uomini con un fatalismo spesso mortifero, non può che essere contemplata da occhi puri e ammirati con totale sospensione dell’incredulità, sotto il segno della paura e dell’abbandono. Girato in trentanove piani-sequenza, Le armonie di Werckmeister è un’opera che parla di un microcosmo scettico e impaurito, irretito e tramortito, caratterizzato da razzie e violenze, come in una delle scene in assoluto più memorabili della storia del cinema, recente e non: la devastazione di un ospedale per mano di un manipolo di uomini, durante la quale i malati vengono sradicati dai loro letti con ferocia silenziosa, mentre l’apparizione del corpo raggrinzito e scheletrico di un vecchio diventa un monito disperato a cessare le ostilità e deporre le armi. Il potere dell’immagine al grado massimo, grazie a sinuosi movimenti di macchina e al meraviglioso bianconero di Gábor Medvigy. Fondamentale il contributo delle musiche di Mihály Vig. Il titolo omaggia le teorie musicali del compositore barocco Andreas Werckmeister. Presentato al Festival di Berlino.
(LongTake.it)