La febbre dell'oro
The Gold Rush
USA, 1925, 88′
di Charlie Chaplin
Didascalie inglesi con sottotitoli italiani, colonna sonora registrata
Ingressi: Intero 8,oo€ | Ridotto 6,oo€
Nel 100° anniversario della sua realizzazione, “La febbre dell’oro” torna in sala in una nuova versione
restaurata in 4K dalla Cineteca di Bologna presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata, accompagnata
dalle musiche originali composte dallo stesso Chaplin.
La sua prima uscita nei cinema, nel giugno del 1925, fu accompagnata sulla stampa americana da molteplici aneddoti: dalle tonnellate di gesso, sale e coriandoli impiegati per ricostruire l’Alaska in studio, alla sfarzosa premiere con orchestra e danze a tema ‘artico’ al Chinese Theatre di Los Angeles, ai dieci minuti di risate ininterrotte trasmesse in diretta dalla BBC per il lancio inglese.
Fu riportato che in alcune sale europee, i proiezionisti si trovarono costretti a riavvolgere la pellicola per accontentare un pubblico in delirio che chiedeva un bis della ‘danza dei panini’.
The Gold Rush incassò cifre da capogiro e fu
distribuito in più di duecento paesi.
“La febbre dell’oro” è il film con cui Charlie Chaplin disse di voler essere ricordato.
Fortunatamente non è stato così, nel senso che tutti i suoi grandi capolavori sono entrati a far parte del nostro immaginario collettivo, cinematografico e non solo.
Ma di certo la scelta di condurre “il vagabondo” fino alle radici (o fin sul precipizio) della mitologia americana, di farne un solitario cercatore d’oro e di stagliare la sua inconfondibile figura sullo sfondo nevoso della nascita d’una nazione, ne fa un’opera di insuperata, vertiginosa intensità, che fonde commedia e dramma, risate e lacrime, come solo Chaplin sapeva fare.
A parte tutto – a parte gli abiti buffi, i baffetti e gli scarponi – volevo produrre qualcosa che commuovesse la gente. Cercavo l’atmosfera dell’Alaska, con una storia d’amore dolce, poetica, eppure comica. Volevo che il pubblico piangesse e ridesse. Quale che sia la sua opinione su questo film, perlomeno io sarò riuscito a restare fedele alla mia idea originale. Siamo solo all’inizio del cinema e sono fin troppi i
produttori che usano l’approccio sbagliato, pensando che il cinema sia un mezzo espressivo affine al teatro invece di essere qualcosa di completamente nuovo.
Pensai a quella scena della Febbre dell’oro in cui faccio a pezzi il cuscino e le piume bianche danzano sullo schermo nero.
È impossibile da rifare sul palcoscenico!
A me è piaciuta più di qualsiasi altra cosa abbia fatto in quel film. Mi ci sono impegnato veramente fino in fondo. Quella scena ha una specie di intensità. Ho cercato di metterci dentro qualcosa di disperato, di terribile e di esprimerlo in modo nuovo, come una sorta di musica visiva.
(Charlie Chaplin)
Il Vagabondo, diventato Cercatore solitario, s’avventura nell’Alaska della corsa all’oro. La natura è ostile, l’umanità avida, il sorriso dell’amore sembra negato. In una capanna di assi inchiodate e spifferi di ghiaccio (novant’anni dopo, la citerà Tarantino in The Hateful Eight), il piccolo Cercatore cucina una scarpa e la mangia di gusto; infilza con le forchette due panini e crea, per nient’altro che pura magia, la
più prodigiosa scena di danza della storia del cinema; cerca e forse infine trova un equilibrio sull’orlo del baratro: poiché Charlie Chaplin “nelle potenzialità del genere umano, continuerà sempre a crederci”
(Goffredo Fofi).
Capolavoro di comicità assoluta e grande racconto della solitudine, La febbre dell’oro è IL film per cui Chaplin avrebbe voluto essere ricordato.
La scelta di condurre il Vagabondo fino alle radici (o fin sul precipizio) della mitologia americana, di stagliare la sua figura solitaria sullo sfondo nevoso della nascita d’una nazione, ne fa un’opera di insuperata, vertiginosa intensità.
(Cecilia Cenciarelli)
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