L'impero dei sensi - VM18
Alexandra D’Onofrio, Sara Zavarise • Italia 2026, 62’
con Roberto Papetti
Versione originale in italiano
Original Italian Version
Tickets: 8,oo€ | Ridotto-Reduced-price: 6,oo€
Tokyo, 1936. La passione travolgente tra Sada, ex geisha, e Kichizo, il padrone della locanda in cui lavora, si trasforma in un rapporto erotico totalizzante e ossessivo. Sempre più isolati dal mondo esterno, i due amanti spingono la ricerca del piacere oltre ogni limite sociale e morale, intrecciando inestricabilmente desiderio e tormento, possesso e morte.
Approfondimento
Per essere realizzato, il film si avvalse della presenza maggioritaria della produzione francese di Argos Films per aggirare la censura giapponese riguardo la rappresentazione esplicita degli atti sessuali, con il girato che veniva man mano spedito in Europa per essere sviluppato.
L’Impero dei sensi rappresenta un culmine nella produzione di Ōshima: in esso condensa tematiche e stile, cristallizzando in una dinamica lineare e pura tutta una serie di rapporti di forza e tensioni che già avevano caratterizzato in modo radicale la sua produzione precedente.
Il binomio (mai antitetico) di amore e morte muove da fatti realmente accaduti e li estremizza in un affresco immersivo al contempo austero e sovraccarico. Se il sesso è esplicito, perverso, febbricitante, al contempo le maglie psicologiche dei due protagonisti s’infittiscono sempre di più fino all’ineluttabile. Ōshima sceglie di parlare della società lasciandola fuori dalla porta, narrando di corpi e menti che scelgono di tagliarsi fuori e di viversi completamente, nel rigetto delle convenzioni e nel ripudio delle regole sociali e politiche.
Ōshima disegna attorno a Sada e Kichizo – esuli come in un film di Bernardo Bertolucci o Marco Ferreri – un Giappone anacronistico in cui la tradizione pulsa di colori caldi e pastosi e il progresso è un elemento estraneo e quasi senza volto (come nella parata militare in cui Kichizo si perde).
Nel loro microcosmo di amplessi sempre più estremi e sperimentazioni sadomasochistiche, i due possono finalmente diventare liberi e, al contempo, si condannano fatalmente, precipitando verso un nulla sia mentale che fisico. Presa di posizione, espressione di sé e, infine, l’oblio sono la parabola discendente di ogni rivoluzione, globale e personale, in cui il completamento corrisponde con la fine.
L’Impero dei sensi è sì un film di sesso esplicito, ma prima di tutto un melodramma regressivo in cui gioia e sofferenza si fagocitano tra loro fino a diventare un tutt’uno paradossale di indipendenza e abnegazione, libertà e annichilimento, brutalità e dolcezza.
Un racconto di passione e ossessione forgiato nell’eccesso degli istinti che oggi ancora brilla non solo per la sua continua provocazione parossistica (dopotutto, ciò che all’epoca poteva risultare scandaloso e “proibito” oggi è alla portata di chiunque in pochi attimi) ma per come ogni gesto e ogni composizione visiva riesca a raccontare qualcosa di puramente umano, a livello fisico quanto sociale.
Ciò in particolar modo per Sada, con la quale Ōshima scava sempre più a fondo il dolore e l’attrito tra costume e ribellione, imposizioni e libertà: è lei a essere veramente al centro di questo tableau di ascesa e (auto)distruzione, è la luce intermittente da seguire nel piacere, nell’angoscia, nella rabbia; divenuta, da oggetto, eroina controversa.