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Sentieri Underground #21 – David Lynch

Eraserhead – La mente che cancella di David Lynch – P1007
The Elephant Man di David Lynch – P0387
Dune di David Lynch – P1439
Velluto blu di David Lynch – P0333
Cuore selvaggio di David Lynch – P0884
Strade perdute di David Lynch – P0225
Una storia vera di David Lynch – D0158
Mulholland Drive di David Lynch – P0240 + P0979
Inland Empire – L’impero della mente di David Lynch – P0914

È così emozionante quando ci si innamora delle idee. Non c’è molto altro a cui pensare, se non provare ad addentrarsi il più possibile in quel mondo ed essere fedeli a quelle idee. In un certo senso è come perdersi. E perdersi è meraviglioso”.

Basterebbero queste poche parole (non a caso poste nel retro di copertina di un noto libro di interviste al regista edito da Minimum fax) per introdurre una figura così complessa e affascinante come quella di David Lynch. Pittore, scultore, musicista, fotografo, cineasta: in una parola, artista a tutto tondo, capace di esplorare come forse nessun altro nel panorama contemporaneo le dimensioni più celate dell’inconscio e dell’incubo, scandagliando l’animo umano con una curiosità e un ingegno davvero eccezionali. Come dimostra in modo eloquente (fin dal titolo) il recente documentario The Art Life (2016), arte e vita, per Lynch, sono inscindibili: l’una è semplicemente il mezzo privilegiato per cercare di arrivare ad una qualsiasi comprensione dell’altra. Certo, è al cinema che per molti anni ha dedicato i suoi sforzi maggiori, guadagnandosi ben presto un posto d’onore tra i maestri della settima arte: fin dalla travagliata lavorazione di Eraserhead (1977), capolavoro amato perfino da Stanley Kubrick (si narra lo proiettasse durante le riprese di Shining, per trasmettere ai suoi attori e all’ambiente quel senso di minaccia e di inquietudine presente nel film), Lynch si è fatto portavoce di un cinema spesso impalpabile, onirico, terrificante, sfuggevole. Di fronte a Velluto blu (1986), alla serie Twin Peaks (1990-1991), a Strade perdute (1997), a Mulholland Drive (2001) e ad Inland Empire (2006), ovvero i lavori che meglio esprimono questa sua particolare (ma non esclusiva: gli straordinari The Elephant Man, 1980 e Una storia vera, 1999, nella loro linearità per certi versi inaspettata, non sono affatto da dimenticare) e intrigante vocazione, non conta tanto il significato ultimo delle cose, quanto la ricerca costante, l’esplorazione dell’ignoto, la vertigine che si prova davanti all’apertura di infiniti sensi possibili. Conta il perdersi, dunque. Ed è proprio per questo che il suo cinema è meraviglioso.

Quando ti affidi all’intuito, all’inconscio o comunque vogliamo chiamarlo, non puoi filtrare certe cose. Devi lasciarle affiorare e svilupparsi, senza interruzioni. Una volta che cominci ad intellettualizzare troppo, o a parlarne con l’analista, ti ritrovi a dire: “Oddio, no, che brutto, non voglio che la gente pensi questo!” e inizi a filtrare, a chiu-dere quel piccolo condotto. Quindi in un certo senso è meglio non preoccu-parsi troppo dei significati o delle inter-pretazioni, altrimenti rischi che la pau-ra ti impedisca di andare avanti”.

(David Lynch, Perdersi è meraviglioso, Minimum fax, 2012.)

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