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Sentieri Underground #19 – Apatow Factory

Sentieri Underground #19 – Apatow Factory

“Della commedia americana sono quasi sempre esistiti i registi, non il genere a sé: si parlava degli Sturges e degli Hawks e dei Wilder, dei Lewis e degli Allen, degli Edwards, dei Landis e se andava bene dei Reitman, mai del genere di cui facevano parte come specchio di una realtà. Per semplificare: un western qualunque, o un musical di puro artigianato senza firma, o un poliziesco di bassa lega potevano fare gruppo e discorso coesi, una commedia senza arte né parte no. I film di Gene Saks non hanno mai creato un immaginario degno di essere sistemato, i Porky’s sono sempre rimasti al livello più basso dell’attenzione critica e Risky Business viene ricordato per Tom Cruise in mutande. Difficilmente una commedia di Blake Edwards fa coppia ermeneutica con una di Chris Columbus”(1).

Oggi, sotto questo punto di vista, la situazione non è affatto cambiata. È difficile trovare un discorso critico che comprenda le commedie sentimentali con Jennifer Aniston o Katherine Heigl. Però, “che lo si accetti o no, anche questo cinema è importante per capire un mondo, oltre che un sistema e un mercato”(2). Perché in ogni caso un certo tipo di commedia americana potrà essere in grande maggioranza una commedia industriale, da catena di montaggio, deautorializzata, ma è senz’altro anche in grado di “identificare” una realtà, di comunicare con il pubblico e di dialogare complessivamente con la critica quanto se non più del cosiddetto cinema impegnato, il cinema d’essai, il cinema d’autore”(3).Eppure, all’interno di questo panorama appunto deautorializzato, attorno al 2007/2008 si è iniziato a parlare di un movimento – la cosiddetta “Apatow Factory” – e di rilancio in grande stile della commedia americana di qualità. Il nome deriva dal regista Judd Apatow che, coinvolto come regista, sceneggiatore o produttore, è riuscito ad imprimere il proprio marchio di fabbrica a tutta una serie di film apprezzatissimi da pubblico e critica in patria, (ingiustamente) snobbati in Italia.

L’origine del movimento risale al 2005, quando uscì 40 anni vergine che, storicamente, ha rappresentato qualcosa di nuovo, che non si era ancora mai visto. “Ogni decennio, o quindicennio, ha la sua commedia di rottura, che crea dei nuovi modelli sociali. Ci sono stati Animal House, Porky’s, Tutti pazzi per Mary, American Pie, Una notte da leoni. Ognuna di queste ha ridefinito codici del rappresentabile (sullo schermo) e allargato i parametri dell’accettabile (nella società)”(4).

“Quando in 40 anni vergine Steve Carell entra in scena aggirandosi per la sua casa da single con una vistosa erezione mattutina che tende il tessuto dei suoi boxer, Apatow si colloca in un contesto già modellato dalle infrazioni e trasgressioni di oltre due decenni di commedia goliardica, sessuomane, fallocentrica”(5). Rispetto ai suoi predecessori, il regista di Los Angeles è riuscito però ad andare oltre: nei suoi film, infatti, “il tono è tagliente, ma non malvagio, dolce ma non soft, e malgrado l’oscenità ribalda di rado suona crudo e volgare. Al contrario, suona onesto; per quello che dice dell’amore, del sesso e soprattutto delle discrepanze sovrastrutturali tra ciò che uomini e donne si aspettano gli uni dalle altre, e su ciò che è probabile ottengano”(6). Gli ingredienti presenti nei film della “Apatow Factory” erano sempre gli stessi: “un manipolo di attori e sceneggiatori in stato di grazia (Seth Rogen, Jonah Hill, James Franco, Paul Rudd, Jason Siegl etc.), una comicità midcult fatta di punch-line e sensibilità meta-riflessive, l’apprendimento della lezione degli stand-up comedian degli ultimi anni che sono stati tra i migliori a riflettere senza peli sulla lingua sull’inconscio della contemporaneità americana”(7).

Ma soprattutto, ognuna di queste commedie, con i propri personaggi, le proprie storie e le proprie situazioni è riuscita a ragionin maniera personale attorno ad un tema che fino ad allora la commedia americana aveva preso in considerazione di rado: il fallimento. Abbandonando il “vissero felici e contenti”, i grandi amori e sentimenti “da film”, queste commedie si contraddistinguono per la sincerità e l’umanità dei propri protagonisti, sempre immersi in una quotidianità fatta di difetti, di paure, di distanze. E non importa quanto siano volgari i loro discorsi, i loro comportamenti o i loro sistemi di valori, perché in fondo sono tutti delle brave persone, tenere e vere. Sono film capaci di andare oltre le illusioni della classica commedia romantica, di far riflettere sui propri limiti e di trovare la bellezza in quelli degli altri: film che in un certo senso sono “malattia e cura, dipendenza e terapia insieme”(8).

(1) – Pier Maria Bocchi, “Paghi uno, prendi tutti”, Cineforum, n.506;
(2) – Ivi.;
(3) – Ivi.;
(4) – Alberto Pezzotta, “Il cinema dell’in-tegrazione”, Cineforum, n. 506;
(5) – Ivi.;
(6) – A.O. Scott, “Bye-Bye, Hello, Baby”, New York Times, 1 giugno 2007;
(7) – Pietro Bianchi, “Lo scoppio della bolla Apatow”
(8) – Andrea Pirruccio, “Love, la scoperta dell’altro”

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