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Sentieri Underground #09 – L’arte di credere: Steven Spielberg

Duel di Steven Spielberg — P0038
Sugarland Express di Steven Spielberg — P2685
Lo squalo di Steven Spielberg — P0239
Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg — P0418+P2364
1941 – Allarme a Hollywood di Steven Spielberg — P2674
E.T. – L’extra-terrestre di Steven Spielberg — P0207
Ai confini della realtà di Steven Spielberg — D2053
Indiana Jones e il tempio maledetto di Steven Spielberg — P0416 + P2483
Il colore viola di Steven Spielberg — P0821 + P2313 +
L’impero del sole di Steven Spielberg — P2684
Jurassic Park di Steven Spielberg — P0062 + D0901 + D1767
Il mondo perduto – Jurassic Park di Steven Spielberg — P2670
Amistad di Steven Spielberg — P2673
Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg — P1126
A.I. – Intelligenza artificiale di Steven Spielberg — P0756 + D0058
Prova a prendermi di Steven Spielberg — P1585
Minority Report di Steven Spielberg — P0619 + D0080
The Terminal di Steven Spielberg — P2672
Munich di Steven Spielberg — P1833
La guerra dei mondi di Steven Spielberg — D1761
Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo di Steven Spielberg — P1850
War Horse di Steven Spielberg — P2214
Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno di Steven Spielberg — P2314
Lincoln di Steven Spielberg — P2238

A volte mi nascondo dietro le mie pellicole di fantasia perché sono un rifugio molto comodo e piacevole” (Steven Spielberg)

Gilles Deleuze diceva che il cinema moderno è stato in grado di farci credere ancora una volta in questo mondo. Credere “all’amore o alla vita, credervi come all’impossibile, all’impensabile”. Quando il legame tra l’uomo e il mondo sembrava essersi rotto, il cinema è stato invece capace di farci vedere come “l’uomo stesso non [sia] un mondo diverso da quello in cui sente l’intollerabile e si sente incastrato”: riconoscere di farne parte è allora una condizione necessaria per ogni possibile trasformazione di sé e di ciò che ci sta attorno. È evidente come questa sensibilità cozzi con il cinismo corrente, che invece sembra incapace di uscire da quell’eterno scarto parodico, ironico, auto-distanziante nel quale pare che siamo tutti intrappolati. Quello che non ha fatto il post-moderno l’hanno fatto i social network, che hanno definitivamente azzerato la distanza tra l’oggetto e la propria narrazione, tra l’evento e la sua parodia, tra la realtà e la sua rappresentazione.
Un regista intelligente come Noah Baumbach è da anni che riflette proprio su questo tema: com’è che la vita non viene più vissuta dal “di dentro” ma sempre dal “di fuori”? Sempre tramite la distanza creata da un post su Facebook, un romanzo da scrivere, una citazione di una citazione, una parodia e poi una parodia di una parodia? Com’è che tutt’a un tratto abbiamo preso a “vederci vivere” e non più a “vivere”? Parrebbe allora che la frase di Deleuze appartenga davvero a un’altra era geologica, se è vero che l’atto di credere – dal fanatismo religioso alla politica rivoluzionaria – è diventato non solo il grande tabù ma anche il grande nemico dell’ideologia  contemporanea.

In questo contesto Steven Spielberg, uno che al cinema e al suo potere di creare un’immagine alla quale credere senza se e senza ma ha dedicato tutta la sua vita, non può che risultare fastidiosamente inattuale. […] Spielberg vuole insomma che alle sue storie, e ai valori a stelle e strisce che veicola, lo spettatore ci creda eccome. Ma sembrerebbe anche che voglia suscitare la domanda fatidica: “Dove esattamente, e in che modo, questi valori hanno finito per ribaltarsi nel proprio contrario?”. Soprattutto vuole esporre lo spettatore, trascinato nel vortice inarrestabile del racconto, alla vertigine dell’assoluta irreperibilità di una risposta a tale interrogativo”.(1)
Nel tentativo di rendere più digeribile la frammentarietà della nostra quotidianità e di tornare a credere “all’impossibile” di cui parla Deleuze, la Mediateca de La Cappella Underground propone la filmografia completa del regista statunitense per sostenere un’idea di cinema che ha aiutato a sognare generazioni di cinefili.

(1) Marco Grosoli

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