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Sentieri Underground #08 – Il Duca bianco di celluloide

L’uomo che cadde sulla terra di Nicolas Roeg — P2036
Furyo di Nagisa Oshima — P1225
Absolute Beginners di Julien Temple — P1354
Labyrinth dove tutto è possibile di Jim Henson — P0731
L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese — P0161
Zoolander di Ben Stiller — P1357
The prestige di Christopher Nolan — P1647
Sound & vision: David Bowie merican Life di Rick Hull — D945
Velvet Goldmine di Todd Haynes — P2748
Christiane F. – Noi i ragazzi dello zoo di Berlino di Uli Edel — P2636

Dopo la scomparsa dell’immortale David Bowie internet si è trasformato istantaneamente in un fiume in piena di messaggi, post, ricordi, fotografie, canzoni e citazioni. Bowie è stato un musicista, un artista, un genio, un’icona, una star, un camaleonte, e nel corso della sua lunga carriera è stato anche un attore. Mai banale, anche quando si trattava di rapide apparizioni, Bowie ha sempre messo nei suoi personaggi qualcosa del fascino misterioso e ammaliante che circondava la sua figura.

David Bowie è sempre stato David Bowie, qualunque identità assumesse. Lo era nella musica, nonostante le tante immagini e i tanti look e nomi diversi, e lo è stato al cinema nonostante i molti ruoli diversi. Era proprio questa la sua caratteristica centrale come attore: essere sempre Bowie a prescindere dalla parte. David Bowie al cinema è stato molto più di una presenza passeggera, è stata una costante a partire dal 1976, un elemento strano ed esterno alla vera e propria macchina filmica che veniva utilizzato non solo per la sua apparenza ma per quello che era fuori dal cinema. David Bowie in quanto David Bowie, corpo che viene da fuori e porta con sé ciò che rappresenta. Dal primissimo lavoro di rilievo (L’uomo che cadde sulla Terra), fino all’ultima interpretazione in un film di grande incasso (The Prestige), i suoi ruoli attingevano direttamente all’immaginario collettivo legato a sè. Alieno che arriva sulla Terra come Ziggy o Nikola Tesla, innovatore della scienza e audace sperimentatore del suo genere, David Bowie utilizzava un’immagine più potente di qualsiasi ruolo e la trasferiva nei film. Una presenza così forte proprio perché continuamente in transito. Era la personificazione della regola per la quale il mutamento palesa ciò che gli sfugge. Più Bowie cambiava, più era e si confermava Bowie, più appariva diverso più metteva in evidenza ciò che non cambiava. E se la recitazione è l’arte del mutamento, cambiare pelle, costume, trucco e identità, allora era il mondo che più si confaceva ad un’artista che mal tollerava la fissità” (Gabriele Niola – badtaste.it)

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