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Sentieri Underground #04 – Cinema delle origini

Méliès: L’illusionista — P2556
Inferno di Francesco Bertolini, Adolfo Padovan, Giuseppe De Liguoro — P2555
Nascita di una nazione di David Wark Griffith — P0191
Intolerance di David Wark Griffith — P0128 + P1054
Il monello di Charles Chaplin — D0134
Come vinsi la guerra di Buster Keaton — P2554
Nanuk l’eschimese di Robert J. Flaherty — P0127
Rapacità di Erich Von Stroheim — P2557
Femmine folli di Erich Von Stroheim — P0019
I dieci comendamenti di Cecil B. De Mille — P1044
Il ladro di Bagdad di Raoul Walsh — P0022

Per quella che fu un’epoca di innumerevoli sperimentazioni e tentativi di animare le immagini fotografiche, una forse troppo semplicistica convenzione storica attribuisce ai fratelli Louis e Auguste Lumière l’invenzione del cinematografo ed identifica con il 28 dicembre 1985, data della prima proiezione pubblica a pagamento, l’inizio della storia del cinema. Ovviamente il cinema delle origini si presentava agli spettatori dell’epoca con una struttura molto diversa rispetto a quella a cui siamo abituati oggi: i film solitamente erano infatti costituiti da un’inquadratura unica in cui l’azione sviluppata si esauriva all’interno del quadro, senza l’utilizzo di alcun tipo di montaggio.

Solo dal 1903 si iniziarono a diffondere film costruiti su più inquadrature, ma anche in questi casi la comunicazione tra loro era minima: il primo tipo di montaggio non era usato quindi per raccontare o sviluppare storie, ma piuttosto per mostrare delle metamorfosi, come un oggetto che si trasformava in qualcos’altro o persone che sparivano in una nube di fumo. L’invenzione del montaggio viene attribuita al famoso illusionista e prestigiatore francese George Méliès al quale durante una ripresa in esterni, s’inceppò la macchina da presa, ripartendo poco dopo.

“Solo più tardi, durante lo sviluppo della pellicola, Méliès si sarebbe accorto che al posto di una carrozza appariva improvvisamente un carro funebre: una vera e propria metamorfosi, un gioco di prestigio fatto non sul palcoscenico, ma sul mondo reale; che cosa poteva essere di più affascinante? L’aneddoto, vero o falso, è significativo perché sintetizza perfettamente il senso futuro del montaggio, che sarà magia di sparizione, apparizione, trasformazione, salto da un luogo all’altro, da un’epoca a un’altra; in altre parole, la metamorfosi”.(1)

I viaggi fantastici di Méliès, su tutti Le voyage dans la Lune, sono il documento del cinema delle origini più celebre ai nostri giorni, che ci fa ben chiarezza su come all’epoca la settima arte era più simile a uno spettacolo che ad una narrazione. Il cinematografo era per il prestigiatore francese uno

straordinario giocattolo dove lo spettatore veniva sempre invitato ad assistere divertito, senza nessuna immedesimazione sentimentale, nessuna illusione di realtà, come nei giochi di prestigio che prima Méliès faceva in teatro. […] Riconosciamo a Méliès il merito di avere scoperto che il cinema non riproduce la realtà, ma crea sempre dei mondi diversi dalla realtà. I suoi viaggi sulla luna e in ogni luogo, reale o fantastico, le sue stanza d’albergo incantate, popolate da esseri di ogni tipo, le sue trasformazioni e moltiplicazioni, o anche le ricostruzioni in studio di fatti veri, ci immettono per la prima volta dentro un mondo che non viene raccontato, come faceva la letteratura, ma viene mostrato”.(2)

(1) – Sandro Bernardi, L’avventura del cinematografo – Storia di un’arte e di un linguaggio, Venezia, Marsilio, 2007, pp. 31-32.
(2) – Ibidem, pp. 34-36.

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