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Sentieri Underground #01 – Doppio sogno

La fuga di Delmer Daves — P276
Il terzo uomo di Carol Reed — P2212
L’eclisse di Michelangelo Antonioni — P1239
8 1/2 di Federico Fellini — P0222
Agente Lemmy Caution, missione Alphaville di Jean-Luc Godard — P1064
Stalker di Andrei Tarkovsky — P0375
Nightmare Dal profondo della notte di Wes Craven — P1067
C’era una volta in America di Sergio Leone — P0913
Fuori orario di Martin Scorsese — P0699
Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders — P0281
King of New York di Abel Ferrara — P0802
Barton Fink È successo a Hollywood di Joel e Ethan Coen — P385
Il seme della follia di John Carpenter — P589
Strade perdute di David Lynch — P225
eXistenZdi David Cronenberg — P377

Sicuramente c’erano anche dei sogni che si dimenticavano del tutto, dei quali non restava più traccia. tranne un certo strano stato d’animo, uno stordimento misterioso. Oppure si ricordavano solo più tardi, molto più tardi, e non si sapeva più se si era fatta un’esperienza reale o soltanto sognato. Soltanto… soltanto…! Arthur Schnitzler – Doppio Sogno

Sarà probabilmente capitato a tutti, almeno una volta nella vita, di entrare in una sala cinematografica mentre fuori splendeva la luce del giorno ed uscire venendo accolti dal buio della notte; oppure di entrare con il sole ed uscire con la pioggia, provando, quasi sempre, una sensazione un po’ strana: questo malinconico senso di piacere è presumibilmente legato alla consapevolezza di una totale alienazione da ciò che accade nel mondo esterno, dalla perdita di ogni tipo di valore e significato – anche se solo per due ore – della vita di tutti i giorni. Isolato, nel buio del cinema, lo spettatore abita uno spazio e un tempo irreali, ma che, per la durata del film, sono l’unica cosa che conta. E così, uscendo dalla sala, si ha quasi la sensazione di aver compiuto un viaggio nel tempo.

Ad una prima impressione, la causa principale di questo viaggio nel tempo apparente potrebbe essere identificata con l’isolamento ambientale della sala cinematografica, ma, in realtà, ciò che porta lo spettatore ad immergersi completamente in una dimensione spazio-temporale non lineare è la concezione antinaturalistica del tempo e dello spazio che il cinema stesso possiede e che noi, abituati da sempre a questo tipo di linguaggio, percepiamo come normale.

Nei film queste due dimensioni possiedono un valore più affine al mondo dei sogni che a quello in cui siamo abituati a muoverci e, a volte, accade che i registi sfruttino questa peculiarità del linguaggio cinematografico per instaurare nello spettatore un costante sentore di spaesamento, mettendo così il pubblico in una condizione di perenne incertezza sensoriale.

Davanti a film simili – scrive Christian Metz in Cinema e psicanalisi lo spettatore adotta un tipo di coscienza molto particolare, che non si confonde né con quella del sogno, né con quella della fantasticheria, né con quella della percezione reale, ma che ha qualcosa di tutte e tre e si colloca, così per dire, al centro del triangolo che queste disegnano […]. Di fronte all’oggetto culturale che è il film di finzione l’impressione di realtà, l’impressione di sogno e l’impressione di fantasticheria cessano di essere contraddittorie e di escludersi a vicenda, come fanno di solito, per entrare in nuovi rapporti in cui il loro scarto abituale, senza esattamente annullarsi, ammette una configurazione inedita che dà spazio nello stesso momento all’accavallamento, all’oscillazione alternativa, alla sovrapposizione parziale, allo spostamento, alla circolazione permanente fra le tre […]*.

La Mediateca de La Cappella Underground vi invita a intraprendere un percorso cinematografico composto da titoli scelti dal nostro archivio prestiti che vi porterà a confondere visione ed immaginazione, realtà e sogno, spingendovi fino alle soglie della vertigine.

*Christian Metz, Cinema e psicanalisi, Marsilio, Venezia 1980, pp. 129 – 130.

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