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I Plant My Hand in the Garden

di Boris Hadžija, Hoda Taheri • Germania, Serbia, Stati Uniti, 2026, 83’

Versione originale con sottotitoli in italiano
Original version with Italian subtitles
Ingresso libero / Free entry

Le Giornate della Mostra del Cinema di Venezia
Rassegna promossa da AGIS, ANEC e FICE delle Tre Venezie
con il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia
in collaborazione con le Giornate degli Autori

Hoda, una rifugiata iraniana che vive a Berlino, è incinta e innamorata di Boris, gay queer originario della Serbia. Insieme decidono di sposarsi e crescere il bambino, immaginando un futuro fondato sulle loro regole. Mentre si preparano al matrimonio e si addentrano sempre più nei rispettivi mondi, la loro relazione viene messa a dura prova dalla burocrazia, dalle aspettative familiari e da storie che nessuno dei due può lasciarsi alle spalle. Circondati da parenti, ricordi e idee altrui sull’amore e sulla genitorialità, Hoda e Boris iniziano a mettere in discussione i ruoli che stanno per assumere. Quello che nasce come un progetto per diventare una famiglia si trasforma gradualmente in una domanda più intima e incerta: riusciranno a reinventare il significato di essere una coppia senza perdere ciò che li ha uniti?
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Hoda, an Iranian refugee living in Berlin, is pregnant and in love with Boris, a queer gay man from Serbia. Together, they decide to marry and raise the child, imagining a future built on their own terms. As they prepare for the wedding and enter more deeply into each other’s worlds, their relationship is seriously tested by all the red tape and their families’ expectations and histories that neither of them can leave behind. Surrounded by relatives, memories and inherited ideas of love and parenthood, Hoda and Boris begin to question the roles they are about to take on. What starts as a plan to become a family gradually turns into a more intimate and uncertain question: can they reinvent what it means to be a couple without losing what brought them together?

«Il film è una ricostruzione plasmata da esperienze autobiografiche. Nel nostro lavoro, la finzione non è mai un oggetto a cui i personaggi devono adeguarsi. Al contrario, è qualcosa da smantellare. Anche la possibilità di un futuro, come la vita immaginata di un bambino, è trattata come una finzione concreta, qualcosa che si può toccare, rifiutare e silenziare. Il coinvolgimento delle nostre vere famiglie fa parte di questa costruzione narrativa: le relazioni, i gesti, le storie conferiscono una tensione particolare alle interpretazioni, consentendoci al contempo di comunicare con loro indirettamente, attraverso personaggi e situazioni inventate. Il film riflette sul confine instabile tra ciò che appare reale e ciò che è costruito. Un passaporto è un oggetto fisico, eppure l’identità che conferisce è politica e immaginaria. Il matrimonio può essere legalmente riconosciuto pur rimanendo difficile da definire. Un uomo queer viene misurato in base alle aspettative di mascolinità e paternità; un rifugiato diventa tedesco sulla carta; fede, nazionalità, genere e famiglia sono costantemente plasmati da istituzioni, tradizioni e desideri personali». (Boris Hadžija & Hoda Taheri)

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