Copertina

l'Italia in corto

“Sebbene non solo italiano, il film a episodi ha avuto in Italia una diffusione superiore a tutte le altre cinematografie. Le ragioni di questa fioritura, che tra la metà degli anni Cinquanta e quella degli anni Settanta è letteralmente esplosa superando i duecento titoli, si può cercare da una parte nell’importanza che la novella o il racconto breve hanno avuto nella nostra letteratura, specie degli ultimi due secoli, e dall’altra nell’attenzione che una certa vulgata del neorealismo aveva innescato a favore della notazione spicciola, dell’attenzione al piccolo fatto (di cronaca) come possibile spunto di riflessione più generale. Non è un caso che il primo film a episodi del dopoguerra italiano sia uno dei capisaldi del neorealismo rosselliniano, Paisà, che proprio dalla sua frammentarietà episodica trae la sua forza cinematografica e civile. E che pochi anni dopo, Blasetti si ispiri dichiaratamente alla novellistica italiana per trovare una serie di spunti per i suoi Altri tempi e Tempi nostri. Nonostante questi padri nobili, però, il filone non godette di buona stampa (celebre una stroncatura di Tommaso Chiaretti che lo definì “cinema per pigri”), in parte giustificata dal proliferare di operazioni produttive veloci e furbesche, che cercavano in questo modo di minimizzare i rischi produttivi sfruttando l’appeal divistico (scritturando più celebrità) e cavalcando l’evoluzione del gusto verso una comicità di grana grossa. Eppure, tra molti titoli dimenticati o dimenticabili, il film a episodi offre anche ai registi e sceneggiatori la possibilità di sperimentare nuovi modelli narrativi, più vicini al ‘saggio’ che al ‘romanzesco’ o coniugare linguaggi di diversa provenienza, come quelli televisivi o pubblicitari o percorrere generi meno frequentati, come l’horror. O ancora verificare, magari protetti dall’etichetta onnicomprensiva della commedia all’italiana, la possibilità di affrontare temi scottanti (per esempio l’omosessualità) o ancora tabù (come il divorzio)”.
Goffredo Fofi e Paolo Mereghetti


La Mediateca de La Cappella Underground ha il piacere di riproporre una selezione di titoli tratti dallo straordinario programma de L’Italia in corto (1952 - 1968), che i due critici Goffredo Fofi e Paolo Mereghetti hanno curato in occasione della 28ª edizione de Il Cinema Ritrovato organizzato dalla Cineteca di Bologna: una modalità decisamente intelligente per ripercorrere una parte della storia del cinema italiano nella quale le sorprese e le scoperte sono sempre tante e piacevoli.

01 Marito e moglie

Marito e moglie (episodio della cova delle uova) P2873
 Italia, 1952 Regia: Eduardo De Filippo
Forse la miglior prova di Eduardo regista, pensato all’inizio come l’illustrazione dell’avarizia per il film collettivo I sette peccati capitali e poi invece cresciuto e diventato la prima parte di un dittico sulla difficile convivenza matrimoniale. Da Maupassant e dalla sua breve novella Tonio prende lo spunto narrativo, la remissività di lui e l’acidità di lei, e poi ci ricama sopra, giocando di fioretto e di sciabola. Nelle recriminazioni di lei c’è tutta l’esasperazione di intere generazioni di donne, costrette a lavorare per uomini scansafatiche e irresponsabili; nelle lamentele di lui c’è la rivendicazione di un ruolo a cui si non vuole abdicare (e che il ‘coro’ maschile del paesino dà per scontato). Ne esce una guerra crudelissima, fatta di povertà e ruoli familiari, di avidità e di orgoglio e di differenze tra i sessi che Eduardo e Tina Pica recitano in autentico stato di grazia. 
Paolo Mereghetti

02 I sette peccati capitali

I sette peccati capitali (episodio L’invidia) p2870
Italia-Francia, 1952 Regia: Roberto Rossellini
Fatica occasionale, è però un piccolo film rivelatore e formidabile. Viene dopo Europa ’51 e prima di La paura e Viaggio in Italia e ne costituisce una sorta di controcanto al maschile. Al centro, un pittore (Orfeo Tamburi as himself) come doppio di Rossellini, che gli attribuisce di tutta evidenza suoi pensieri e morale. Una moglie straniera che non condivide le sue idee, anzi non le capisce. Una gatta che viene da Colette e che è la chiave di volta del racconto, la vera protagonista (e sono ben rari i cineasti italiani – e non solo italiani, in quegli anni, fuori dagli antropomorfismi disneyani – che hanno dimostrato attenzione e rispetto per il mondo animale). Con una essenzialità e un ritmo (una sceneggiatura) dovuti al ricatto temporale del racconto, Rossellini sentenzia per bocca di Tamburi, e dirige in modi vicini a quelli di La paura, impone la sua visione del mondo in modi poco socratici e con molta decisione, facendo crescere la tensione poco a poco e distinguendo in ne nettamente tra chi capisce quel che c’è da capire e chi mai lo capirà. Goffredo Fofi

03 Totò a colori

Totò a colori (episodio del vagone letto) 
Italia, 1953 Regia: Steno
L’episodio più pirandelliano di tutto il cinema italiano (e senza nemmeno scomodare Pirandello), riflessione nonsensica sul doppio, l’equivoco e l’ambiguità dell’apparire. Recuperando uno sketch messo a punto per la rivista teatrale C’era una volta il mondo, pur addolcito per non scontentare la severa censura cinematografica (a teatro Totò scaraventava l’onorevole Trombetta fuori dal finestrino e si godeva da solo le grazie della Barzizza), il principe de Curtis distrugge in pochi minuti il mito del neorealismo, l’arroganza della politica e la prosopopea della creazione artistica. Ma prima delle battute entrate di diritto nel patrimonio linguistico nazionale (“Io sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo” e “Ogni limite ha una pazienza”), prima della rivalsa popolare contro la casta (“ma mi faccia il piacere!”), c’è il perfetto meccanismo delle entrate in scena, delle battute, delle smorfie, dei corpi che si fanno il “tocco” e il “ritocco”... Se cerchiamo nel cinema italiano un ‘orologio che ride’ è questo! 
Paolo Mereghetti

04 Boccaccio 70

Boccaccio ’70 (episodio Renzo e Luciana) P2871
 Italia, 1962 Regia: Mario Monicelli 


Lo “scherzo in quattro atti” ideato da Cesare Zavattini per smascherare il moralismo italiano e prodotto da Carlo Ponti, che volle radunarvi divi e registi campioni d’incassi, fu presentato a Cannes 1962 privo di questo episodio a causa dell’eccessiva lunghezza, e in questa versione ridotta circolò anche all’estero. Per raccontare la storia di Renzo e Luciana, promessi sposi dell’Italia del boom, Monicelli s’ispira a un racconto di Italo Calvino e a La folla di King Vidor, e sceglie due interpreti sconosciuti. Sullo sfondo di una Milano caotica e sovraffollata la coppia del titolo è costretta a sposarsi in gran segreto per un aberrante obbligo contrattuale dell’azienda in cui lavorano, che vieta alle giovani matrimonio e maternità. L’assurda corsa a ostacoli dei due novelli sposi contro famiglia, lavoro e società è la modalità ironica e surreale con cui Monicelli esprime la propria critica sociale. Beffardo lieto fine: finalmente Renzo e Luciana hanno il loro ‘nido’, ma lui lavora di notte, lei di giorno. 
Alice Autelitano

05 Ieri oggi domani

Ieri oggi domani (episodio Mara) P0043
 Italia-Francia, 1963 Regia: Vittorio De Sica
Il film che costò a De Sica (e Zavattini) le accuse più sprezzanti di tradimento e cinismo (“un cineasta avvilito, senza forza e originalità” scrisse un celebre, e severo, critico) rivela invece una capacità ‘hollywoodiana’ di fondere spettacolo e ironia, attraverso un ritratto del carattere umano ironicamente deformato. Nelle sue mani la Loren ricapitola i connotati nazionali della donna sognata (rigogliosa, indipendente, tentatrice ma dal cuore d’oro) che il contrasto con Tina Pica, qui alla sua ultima interpretazione, rende ancora più eclatante e divertente. Mentre Mastroianni, vessato dal padre e prima ancora dalla propria inettitudine, gioca a smontare la propria immagine di irresistibile latin lover. Giustamente entrato nell’immaginario popolare (e non solo italiano) il negligé disegnato da Piero Tosi per la Loren in una scena di spogliarello talmente famosa da essere omaggiata con molto ironia da Robert Altman in Prêt-à-porter. Per la cronaca: Oscar 1965 come miglior film straniero. Paolo Mereghetti

06 Controsesso

Controsesso (episodio Il professore) 
Italia, 1964 Regia: Marco Ferreri
Geniale e ferocissimo ritratto del fariseismo catto-fascista che Ferreri e il suo cosceneggiatore Rafael Azcona smascherano attraverso i comportamenti quotidiani di un professore severo e autoritario, sconfitto dalle trappole che lui stesso ha preparato. La comoda nell’armadio, invece che impedire alle studentesse di uscire durante la prova scritta d’italiano, mette in crisi i comportamenti dell’insegnante, svelandone le tentazioni erotiche. E lo fa attraverso una depurazione stilistica che cancella ogni possibile spiegazione o giustificazione psicologica per esaltare invece il puro atto comportamentale: l’ossessione per l’ordine, la (pretesa) dirittura morale, il disprezzo ostentato per la sessualità (il discorso sulla mamma che allatta), l’importanza del tatto e dell’udito smascherano le perversioni di un comportamento ossessivamente prigioniero delle proprie repressioni. 
Paolo Mereghetti

07 Se permettete parliamo di donne

Se permettete parliamo di donne (quarto episodio) 
Italia-Francia, 1964 Regia: Ettore Scola
In un film altalenante, dove non tutto sembra perfettamente a punto, passaggio ‘per caso’ di uno sceneggiatore alla regia (“Ma perché non lo dirigi tu? mi dissero Gassman e Cecchi Gori. E io accettai”), la scuola del “Marc’Aurelio” e soprattutto la capacità di leggere la degenerazione del costume nazionale si ritrovano però in maniera evidente. E nell’episodio con Gassman e la Lualdi, la scoperta dell’appuntamento a cui la donna non dovrebbe far tardi arriva dopo che la regia ha ‘giocato’ a lungo con l’immagine pubblica di Gassman quale era stata consacrata da film come Il mattatore, Il sorpasso o I mostri: vanitoso e sicuro di sé e del proprio successo, a cui nemmeno la ‘promessa sposa’ sembra capace di resistere. Una specie di radiografia a critica dell’attore, smascherata nel suo narcisismo e nella sua prosopopea, che passa attraverso (o grazie a) una rilassatezza della morale da cui si può intuire in filigrana dove sta andando l’Italia. E che i successivi film di Scola si incaricheranno di raccontare pienamente.
Paolo Mereghetti

08 I complessi

I complessi (episodio Guglielmo il dentone) P2936
 Italia, 1965 Regia: Luigi Filippo D’Amico
Quello di Guglielmo Bertone è un personaggio insolito nella galleria di tipi pavidi e meschini che Sordi ha incarnato nella commedia degli anni Sessanta. Brillante, determinato, dotato di una cultura fuori del comune, nonostante la dentatura mostruosamente pronunciata si fa strada nella selezione per Lettore del Telegiornale Rai, scalzando tutti i ‘raccomandatissimi’ candidati e mandando a monte i ripetuti tentativi della commissione di eliminarlo. L’episodio celebra la televisione come fucina di una nuova mitologia di massa ed è costruito allo scopo di svelare l’apparato produttivo e i volti più noti della televisione nazionale dell’epoca (da Nanni Loy alle gemelle Kessler, dal professor Cutolo a Lelio Luttazzi). Un ironico ribaltamento è alla base della narrazione: i ‘complessi’ non sono quelli di Guglielmo, all’apparenza ignaro del proprio vistoso difetto fisico, ma quelli dei selezionatori, che non riescono in alcun modo a contrastare la sua “astuzia diabolica”. 
Alice Autelitano

09 Capriccio all'italiana

Capriccio all'italiana (episodio Che cosa sono le nuvole?) D1009
Italia, 1968 Regia: Pier Paolo Pasolini
La seconda parte dell’opera cinematografica di Pasolini, iniziata con Edipo Re e con Teorema, si fa vieppiù filosofica e attratta dal negativo. Mentre scrive saggi e interventi sulla realtà italiana degli anni Settanta sempre più incisivi, i suoi film, e le sue poesie, sembrano perdere di vitalità e di proposta, sono opere di ripiegamento – e delle forzature vitalistiche della ‘trilogia della vita’ fu lui il primo a rendersi conto e a pentirsi. Fanno eccezione i ‘corti’ e in particolare i due episodi La Terra vista dalla Luna e soprattutto Che cosa sono le nuvole?, che mette di nuovo insieme Totò e Ninetto Davoli e vi aggiunge Franchi e Ingrassia, Laura Betti e Domenico Modugno, pescando in una tradizione di spettacolo popolare alta (Shakespeare) e bassa (l’opera dei pupi, i comici di strada e di avanspettacolo, la canzone): un divertimento semplice e superbo, di straziante poesia e di radicale intensità di pensiero. Uomini e marionette, bene e male sovrapposti e confusi, e con la domanda sulle nuvole l’inquietudine prima: chi siamo? da dove veniamo? Il finale evoca una famosa scena di Los olvidados, un incontro non contraddittorio. 
Goffredo Fofi

10 Tre passi nel delirio

Tre passi nel delirio (episodio Toby Dammit) 
Italia-Francia, 1968
Regia: Federico Fellini
Dopo Toby Dammit, ha detto Fellini, il suo cinema non sarebbe mai più stato come prima. Dopo l’incerto Giulietta degli spiriti e lo spassoso Dottor Antonio, Toby Dammit apre alla visione di un mondo nel Satyricon, alla morte dei Clowns, al funereo Casanova. Il tema della morte entra con violenza nel cinema di Fellini (che non porterà mai a realizzazione il progetto del film sulla sua morte, il Mastorna) e, ben oltre il racconto di Poe Non scommettere la testa col diavolo, è di una visionarietà a-dialettica, assoluta, che affronta l’orrore della mutazione di un’intera società attraverso l’incubo dello spettacolo, di una ‘società dello spettacolo’ alienante ed estrema. Toby Dammit è un film-cerniera e di svolta, nel tema e nel linguaggio. Non si può analizzare l’opera di Fellini e la sua evoluzione senza tenerne conto. 
Goffredo Fofi

Ro.Go.Pa.G. p0896 
(episodio Il pollo ruspante) Italia-Francia, 1963
Regia: Ugo Gregoretti
Il film a episodi come collage d’autore. Ro.Go.Pa.G. reca nel titolo le iniziali dei cognomi dei suoi quattro registi (Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti) ma è per La ricotta che lo si ricorda. Gregoretti declina il tema comune, gli “allegri principi della fine del mondo” citati in esergo, guardando all’Italia del boom e sviluppando in parallelo due racconti che si completano come una tesi e la sua dimostrazione: una grottesca conferenza sui meccanismi che regolano i consumi degli italiani e le strategie pubblicitarie volte a creare sempre nuovi desideri, e la prova di tali teorie nella vicenda di Togni che, insieme alla sua famiglia, è prigioniero dell’acquisto convulso di beni: il televisore ultimo modello, l’automobile più potente, un lotto nella mitica ‘Svizzera dei lombardi’. Il ‘pollo ruspante’ del titolo è simbolo di libertà opposto al ‘pollo d’allevamento’, sottoposto a una rigida disciplina che ne scandisce i ritmi di vita. Una curiosità: il figlio di Togni che, pistola giocattolo alla mano, dichiara di essere Pasolini richiama un fatto di cronaca dell’epoca, che vide Pasolini, al centro di una campagna di amatoria, accusato persino di rapina a mano armata. 
Alice Autelitano

I vinti (episodio inglese) Italia-Francia, 1953 P0615 + D0186
 Regia: Michelangelo Antonioni
All’interno del film che fece rompere gli accordi di coproduzione con la Francia (offesa per una troppo veritiera ricostruzione dell’affaire des J 3, ne proibì la visione oltralpe fino al 1963) e che nelle intenzioni dei produttori (i cattolici della Film Costellazione) doveva illustrare i problemi della gioventù sbandata del dopoguerra, Antonioni prende le distanze dagli elementi più dichiaratamente neorealistici del progetto (l’inchiesta ‘alla Zavattini’, la ricostruzione del fatto reale, la lettura sociologica e ideologica dei fatti) per ribadire la preminenza dello sguardo del regista e la forza autonoma delle immagini. E ricostruendo un delitto raskolnikoviano nella Londra del dopoguerra di un aspirante poeta in cerca di notorietà, il regista “lavora sul giallo irrisolto delle coscienze anziché sul giallo risolto dei fatti, fermandosi a contemplare, più che le loro ragioni, il loro mistero” (Stefania Parigi). Paolo Mereghetti

I mostri (episodi I due orfanelli e La nobile arte) Italia-Francia, 1963 Regia: Dino Risi P1432
Il film che elesse Risi maestro della commedia a episodi doveva in principio esser diretto da Elio Petri, accreditato come sceneggiatore, prodotto da De Laurentiis e interpretato da Alberto Sordi, ma fu oggetto di uno scambio con Il maestro di Vigevano. “Una serie di ritratti esemplari pieni di una sfiducia di fondo nell’umanità che veniva dal boom” lo definì il suo autore. I mostri è lo specchio prismatico di un’Italia in rapida mutazione antropologica. In venti episodi Risi mette alla berlina usi e malcostumi dell’italiano medio con le armi dell’ironia e della satira. I due orfanelli è uno dei brevissimi sketch (meno di tre minuti) in cui dimostra di saper ‘graffiare’ con pochi tratti essenziali. Un unico piano-sequenza sulla scalinata antistante la Basilica dei Santi Pietro e Paolo all’EUR di Roma. Due mendicanti: il cieco suona e canta, lo zoppo reclama la solidarietà dei passanti ma poi, per non perdere la propria fonte di guadagno, nega allo sfortunato compare l’opportunità di riacquistare la vista. Sintesi fulminea e corrosiva di comicità e cattiveria, svela nel beffardo villain di Gassman il volto cinico ed egoista di una società che sfrutta i più deboli. La nobile arte, l’episodio che chiude il carosello di mostruosità, e il più lungo, è invece quello in cui la risata si fa più amara. I personaggi di Guarnacci e Altidori, organizzatore d’incontri di boxe ormai fuori dal giro ed ex pugile istupidito dai colpi subiti che tentano un’impossibile rentrée, sono maschere comiche dietro cui si tocca con mano la desolazione di chi oramai vive ai margini ed è in partenza destinato a fallire. La forza del racconto sta tutta nella caratterizzazione dei due istrionici protagonisti: i corpi goffi e intorpiditi, le voci strascicate, quel ridicolo e straziante “So’ contento” ripetuto da Gassman volgono il ridicolo in tragico. Finale di nerissima ironia ‘alla Risi’. 
Alice Autelitano

Accadde al commissariato (episodio del venditore in gonnella) Italia, 1954 Regia: Giorgio C. Simonelli 


L’irresistibile genialità di Sordi, capace di sbozzare in poche scene un personaggio che si stampa indelebilmente nella memoria. Dopo il conosciutissimo Meniconi Nando che faceva il bagno nella marana ecco il meno popolare ma altrettanto divertente Alberto Tadini di Accadde al commissariato. Il venditore di bolle di sapone che gira per Roma con una bella gonna per attirare l’attenzione della gente viene dalla rivista E lui dice! ma sullo schermo conquista una fisicità e una connotazione tutta nuova. Sembra quasi che Sordi neppure si accorga di mettere alla berlina il bigottismo italiano, l’ottusità dei regolamenti di polizia e di seppellire sotto una risata i codici ‘morali’ della distinzione sessuale. Ma come succede nei suoi film d’inizio anni Cinquanta, spesso tirati via e girati in pochi giorni, c’è una carica eversiva inconsapevolmente anarchica e volutamente irrisoria che lascia il segno. 
Paolo Mereghetti