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piccole ossessioni visive

“Si intende un’inquadratura o un insieme di inquadrature che rappresentano sullo schermo ciò che vede un personaggio, come è supposto vederlo quel personaggio, cioè dal suo esatto punto di vista, rispettando distanza e direzione da ciò che guarda”.

Così l’Enciclopedia del Cinema Treccani definisce la soggettiva, tecnica cinematografica che nel corso dell’evoluzione linguistica della settima arte ha dato il là ad ardite sperimentazioni formali che hanno cercato di restituire attraverso la macchina da presa la soggettività e il realismo del punto di vista di un personaggio.

“Solitamente introdotta da un primo piano del personaggio intento a guardare, conclusa a volte con il ritorno al primo piano di chi guarda, la soggettiva può in realtà articolarsi in varie forme e negli anni ha raggiunto un tale grado di sofisticazione da rappresentare forse la figura più convenzionale, codificata e al tempo stesso essenziale del linguaggio cinematografico. È sufficiente un movimento in avanti di macchina a mano, accompagnato dal rumore fuori campo di passi affrettati, di un respiro affannoso o di un battito cardiaco, perché un'inquadratura qualunque venga interpretata dallo spettatore “come vista da” un personaggio in fuga; anche se non sa chi sia, se non ha mai veduto il suo volto”.

In occasione dell’uscita cinematografica di Hardcore, thriller ad alta tensione che della soggettiva “da videogioco” fa il proprio marchio espressivo, la Mediateca de La Cappella Underground vuole provare a ripensare con il nuovo percorso a quella che è stata l’evoluzione di questa tecnica cinematografica, dalle prime sperimentazioni che colsero il pubblico alla sprovvista fino ad arrivare, passando per gli sguardi minacciosi e misteriosi di efferati assassini, fino alle ultime derive videoludiche.

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Vampyr (Carl Theodor Dreyer, 1932)
Celeberrima la soggettiva di questo film in cui un morto vede il mondo attraverso un’apertura nella bara: dal basso e in movimento. Primo film sonoro di Dreyer e capolavoro più estremo, geniale e visionario partorito della creatività del maestro danese. Rispetto ad altri suoi grandi e grandissimi film si connota per una libertà espressiva quasi sfrenata, in cui la parola scritta e i dialoghi sono per una volta messi in secondo piano rispetto alla pura potenza evocativa delle immagini (sono infatti pochissime le battute pronunciate dagli attori). Insieme a Nosferatu (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau, uno tra i primissimi horror d’autore della storia del cinema.

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Una donna nel lago (Robert Montgomery, 1947)
Tratto dall’omonimo romanzo di Raymond Chandler, il film è celeberrimo per essere stato girato quasi interamente in soggettiva. Il punto di vista del protagonista Marlowe è dunque il punto di vista dello spettatore e l’investigatore privato non si vede mai se non nel prologo, nell’intermezzo, nell’epilogo e saltuariamente riflesso in specchi. Operazione interessante e coraggiosa in cui si cerca l’immedesimazione pressoché totale tra il racconto cinematografico e il suo fruitore, mostrando solo quello che il protagonista effettivamente vede, ricostruendo con lui i pezzi dell’intricato puzzle investigativo e vivendo i suoi turbamenti emotivi e fisici, come mostra l’uso di lenti sfocate o mascherini per restituire il senso di disorientamento di Marlowe dopo una botta in testa o prima della perdita di sensi.

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La fuga (Dalmer Daves, 1947)
Realizzato quasi in contemporanea con Una donna nel lago, il film di Daves sfrutta la tecnica della soggettiva per buona parte della sua durata, facendo coincidere il punto di vista del personaggio interpretato da Bogart con quello dello spettatore. Il mezzo cinematografico è quindi rivelatore dello sguardo di una figura ambigua che per necessità drammaturgiche deve rimanere ignota per buona parte della durata del film. Quando scopriamo l’identità del nostro protagonista, il punto di vista da soggettivo si fa oggettivo, ma a rimanere impressa nella memoria è l’uso decisamente insolito e funzionale di un mezzo espressivo dalle grandi potenzialità visive e narrative.

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La donna che visse due volte (Alfred Hitchcock, 1958)
Tutto il cinema di Alfred Hitchcock è costellato di soggettive e il regista inglese ne sperimenta continuamente le potenzialità, sia sul piano narrativo sia sul piano formale. Il risultato più compiuto è probabilmente La donna che visse due volte, in cui il punto di vista del protagonista Jimmy Stewart viene usato e modificato attraverso artifici formali come gli zoom per restituire il suo senso di smarrimento, le sue ossessioni e, soprattutto, la vertigine che ne limita i movimenti e la portata d’azione, come si vede in maniera esplicativa nella celeberrima sequenza sulla scalinata del campanile.

l'occhio che uccide

L’occhio che uccide (Michael Powell, 1960)
Saggio metafilmico che unisce voyeurismo, riflessione sul cinema, trattato sui traumi infantili, necrofilia, indagine del subconscio, repressione, morbosità del desiderio carnale e, soprattutto, una sconvolgente provocazione allo spettatore, costretto a veder emergere le proprie perversioni in un disturbante processo di identificazione con il protagonista. Il tema dominante è quello per l’ossessione del guardare  (la parola “peeping” nel titolo originale è un termine gergale per indicare un “guardone”), declinandone in modo creativo le sue più sconvolgenti perversioni restituite visivamente dalla macchina da presa, il cui sguardo coincide spesso e volentieri con quello del protagonista, come nella più celebre delle scene di questo celeberrimo cult movie.

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Lo squalo (Steven Spielberg, 1975)
Debitore verso il cinema di Alfred Hitchcock sotto diversi aspetti, dal montaggio ai movimenti di macchina, alla celebre colonna sonora (firmata da John Williams) che cadenza i momenti di massimo terrore e preannuncia il pericolo prossimo. Esemplare caso di costruzione impeccabile di tensione filmica, come mostrano le scene in cui lo squalo attacca le sue ignare vittime, mostrate attraverso il punto di vista del feroce predatore e accompagnate da una musica che si fa man mano sempre più oppressiva e inquietante.

halloween

Halloween (John Carpenter, 1978)
Il film di Carpenter si apre con un piano-sequenza (lungo ben quattro minuti) in soggettiva, esperimento ardito e riuscito per uno dei classici dell’horror. In questo modo il regista cerca di far entrare lo spettatore in simbiosi con la mente criminale del suo protagonista, un concentrato di efferata brutalità. Climax tensivo da manuale, colonna sonora ormai cult (firmata dallo stesso regista) e un senso di agghiacciante e disturbante inevitabilità: indimenticabile per alcune sequenze entrate ormai nella storia del cinema di genere, e non solo.

la casa

La casa (Sam Raimi, 1981)
Film girato a bassissimo budget e fulgido esempio di padronanza del mezzo cinematografico come strumento espressivo e narrativo. Attraverso l’uso di soggettive sempre ardite e anticonvenzionali, Raimi fa spesso coincidere il punto di vista dello spettatore non con l’eroe/protagonista come vorrebbero le convenzioni del genere, ma con quello dei demoni pronti ad assalire le loro vittime. Il regista si servì per alcune riprese di una shakeycam, una sorta di steadycam di sua invenzione montata su un supporto mobile, che permetteva l’effetto tremolante della macchina da presa e fu utilizzata per le riprese in soggettiva dei demoni che inseguono i ragazzi nel bosco o nella sequenza qui di seguito in cui Bruce Campbell è circondato dalle creature malefiche.

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Strange Days (Kathryn Bigelow, 1995)
“Hai mai zigoviaggiato?”: i lisergici viaggi mentali nel mondo parallelo dello Squid in questa pellicola della Bigelow sono girati con piani-sequenza in soggettiva al limite dell’incredibile. Formalismo spinto all’eccesso ma sempre in maniera funzionale per rappresentare un’umanità persa, aggrappata al passato e incapace di vivere un presente ipercinetico e sostanzialmente anaffettivo. Si sente forte l’impronta estetica di James Cameron, che sceneggia e produce, ma è soprattutto il talento vorticoso della regista a trovare libero sfogo in questo caleidoscopico mix di action, noir e trattato distopico con suggestioni sci-fi apocalittiche.

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Arca russa (Aleksandr Sokurov, 2002)
Sforzo incredibile di Aleksandr Sokurov, primo lungometraggio di alto profilo della storia del cinema ad essere girato in un’unica lunga inquadratura e contemporaneamente anche tutto vissuto tramite una soggettiva. È quella di un personaggio guidato attraverso il museo Hermitage. Lungo le sue 33 stanze viaggia anche nel tempo guardando avvicendarsi personaggi di diverse epoche e passando in rassegna la storia della Russia.

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Lo scafandro e la farfalla (Julian Schnabel, 2007)
Complessa e affascinante operazione cinematografica, in cui lo spettatore è chiamato a “provare” quello che ha vissuto lo sfortunato protagonista. Tramite un’efficace soggettiva, la macchina da presa ci mostra ciò che vede il personaggio interpretato da Mathieu Almaric dopo l’incidente, rendendoci partecipi delle sue sofferenze, delle sue paure e delle sue speranze. Schnabel però, intelligentemente, non si limita a questo e alterna il punto di vista dell’uomo con quello delle persone che gli stanno accanto.

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Enter the void (2009)
Noto per cercare sempre qualcosa di nuovo, strano, curioso e accattivante per i suoi film, Gaspar Noè con Enter the void ha deciso di adottare un unico punto di vista, la soggettiva di un’anima in limbo. Il protagonista sta per entrare nel vuoto ma fluttua sopra gli eventi, guardando tutto ciò che accade quasi sempre a filo di piombo, fluttuando in uno stato tra il metafisico e l’allucinato.

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Maniac (2012)
Frank, solitario e paranoico restauratore di manichini, è ossessionato da un passato oscuro, dominato dalla figura ingombrante della sadica madre. Quando l'avvenente Anna lo contatta per lavoro, i latenti impulsi omicidi vengono a galla, dando il via a una sanguinosa spirale di morte.
Remake dell'omonimo film del 1980, diretto da William Lustig e interpretato da Joe Spinell. Arduo compito, per il regista Franck Khalfoun, riportare in scena l'atmosfera torbida e morbosa dell'originale, vero e proprio viaggio nei meccanismi di una psicopatologia: suggestiva la scelta di girare (quasi totalmente) in soggettiva del killer, offrendo un punto di vista accattivante, supportato dalla performance di Elijah Wood che colpisce nel segno.

 

Elena Dagrada, “Soggettiva”, in http://www.treccani.it/enciclopedia/soggettiva_(Enciclopedia-del-Cinema)

 

Gabriele Niola, “5 film girati in soggettiva prima di Hardcore” in http://www.wired.it/play/cinema/2016/04/15/5-film-soggettiva-hardcore/