00 Copertina

la rabbia giovane - il cinema della new hollywood

“Al principio di una cosa chiamata Nuova Hollywood c’è, ovviamente, Hollywood. La cara vecchia fabbrica dei sogni, sfinita dall’inizio dell’era televisiva e dalla fine dello studio system, incapace di comprendere, fare propri, rielaborare in storie, immagini, miti - e dunque moneta sonante - i desideri di un pubblico nuovo. Un pubblico ora giovane, figlio del benessere post bellico e nuovo soggetto politico attivo. Un’America che ha la possibilità di immaginare e immaginarsi in maniera differente da quella che l’ha preceduta: l’America dei baby boomer, cresciuti a suon di beat e Guerra fredda, guardando sorrisi e canzoni in tv come il Vietnam. L’America che riflette sullo stato della propria unione. che lotta per i diritti civili e che vede (e rivede, e rivede) morire JFK e Martin Luther King. Un’America violenta e violentata, stretta a quella che vuole fiori nei propri cannoni, l’America che si rivolta a Chicago e che, nata negli ultimi anni di Kinsey, vuole, fortissimamente vuole, la rivoluzione sessuale. Un’America tesa tra utopia e paranoia, libertà e senso d’oppressione. Un’America così era in cerca di un cinema nuovo, lontano dalle rovine di quello precedente, dalle sue difficoltà economiche e mitopoietiche, dal suo intimo, e infine consapevole, commovente, stato di crisi”*.

Se già negli anni Cinquanta c’erano stati alcuni segni di cambiamento dovuti alla presenza di autori come Elia Kazan e Nicholas Ray che proponevano una visione meno disincantata dell’America, i cui eroi erano già dei perdenti e degli emarginati, con la New Hollywood ci fu quello che è stato probabilmente il maggior fenomeno di rinnovamento del cinema statunitense dai tempi dell'avvento del sonoro: un fenomeno che non solo ha consentito, dalla fine degli anni Sessanta, una ripresa dell'industria cinematografica nazionale all'interno di un quadro economico-organizzativo radicalmente mutato dai tempi della Hollywood classica, ma che ha contribuito alla nascita di un vero e proprio nuovo modo di narrare le storie, molto più inserito nel proprio contesto socio-culturale e caratterizzato dalla presenza di nuovi registi e nuovi attori. Quello della New Hollywood è stato un cinema in principio capace di “ricorrere ai piccoli budget produttivi, di rinunciare agli studios e parlare ai giovani e dei giovani, della politica e del costume, di preferire la deriva dell’antieroe al viaggio dell’eroe, di abbracciare, strumentalizzare e commercializzare gli insegnamenti etici ed estetici del documentario e dell’underground, che conosceva il cinema diretto, le nouvelle vague europee e anche la pop art”*_ e che in questo senso riusciva ad attuare una critica delle immagini del cinema precedente. Un cinema passato che i nuovi registi amavano, con cui erano cresciuti e provavano nostalgia, ma del quale non potevano non denunciarne l’inadeguatezza nell’interpretazione di un mondo che ormai era cambiato per sempre.

* Giulio Sangiorgio, "America 70. Sterminateli senza pietà", Lost Highway n.1, novembre 2013

01 Bonnie and Clyde


Gangster story
(Bonnie and Clyde) di Arthur Penn (USA, 1967, 111’) P0890
È considerato il film che ha inaugurato la stagione della New Hollywood, favorendo l'ascesa di una nuova generazione di cineasti ai vertici di un radicalmente rinnovato Studio System. Essenziale nella maturazione di questo storico passaggio fu l'influenza della Nouvelle Vague francese, e in particolare di autori come Godard e Truffaut. Arrivato quasi per caso alla regia del film che lo avrebbe consacrato come nuovo punto di riferimento del cinema americano, Penn apportò allo script, tratto dai veri fatti di cronaca della Banda Barrow, un taglio visivo vigoroso e aguzzo, di grande incisività e potenza. E accentuò la carica politica eversiva insita nei personaggi di Bonnie e Clyde, incarnazioni di una radicale opposizione al sistema capitalistico americano.

02 The Graduate


Il laureato
(The Graduate) di Mike Nichols (USA, 1967, 106’) P0196
Ispirato al romanzo parzialmente autobiografico di Charles Webb del 1963, è forse uno dei film che più hanno inciso e condizionato la cultura americana degli anni Sessanta. Un anno prima dei tumulti sessantottini, a bordo delle piscine di Pasadena (e di un'iconica Alfa Duetto), si consuma un dramma sentimentale quasi sveviano, in cui l'accidia si intreccia all'ossessione e alla paranoia. Grazie alla strepitosa regia di Mike Nichols, che celebra per sempre i volti di Dustin Hoffman e di Katharine Ross, Il laureato è un'opera di straordinaria complessità, impreziosito dalla colonna sonora evocativa e immaginifica di Simon & Garfunkel: un tragico inno alla perturbazione a oggi praticamente insuperabile.

03 Greetings


Ciao America
(Greetings) di Brian De Palma (USA, 1968, 88’) P0559
Dissacrante commedia satirica firmata da Brian De Palma prima di votarsi al thriller hitchcockiano, Ciao America è uno spassoso e icastico “omaggio” alle contraddizioni di un paese vittima delle sue rappresentazioni (sotto forma di conflitti bellici e apparizioni televisive). La riflessione del regista diventerà sempre più amara e interessante col passare dei minuti, quando la farsa fa progressivamente spazio a una riflessione più acuta sulle ferite che attanagliano un Paese schiacciato da una guerra che non comprende e da un disagio di vivere che da generazionale assume carattere universale.

04 M.A.S.H.


M.A.S.H. 
di Robert Altman (USA, 1970, 116’) P0269 + P0686
Il primo successo commerciale di Robert Altman è una sfrenata scorribanda farsesca, contro il militarismo e la stupidità del vano esercizio bellico: uno sporco luna park di invenzioni continue, che non manca ancora oggi di divertire coi suoi innumerevoli momenti corrosivi e spassosi, in larga parte improvvisati. Pieno di movimenti di macchina geniali, smitizzanti e antiaccademici, ma anche di un'affezione singolare per il fango e la lordura sia in interni che in esterni, coerentissima coi destinatari del bersaglio di Altman. Il megafono che bofonchia ordini confusi è probabilmente una delle migliori metafore possibili, per l'epoca e non solo, di un potere corrotto dall'idiozia e paralizzato dall’indecisione.

05 American Graffiti


American Graffiti 
di George Lucas (USA, 1973, 110’) P0351
«Where were you in ‘62?» recitava il manifesto originale dell'opera seconda di George Lucas, prodotta da Francis Ford Coppola e rapidamente divenuta un cult. L'unica regia di Lucas che non transita nei territori della fantascienza è un adorabile viaggio nostalgico nell'età dell'innocenza: quella dei giovani protagonisti e quella dell'America, che di lì a un soffio dovrà fare i conti con l'assassinio Kennedy e l'inferno del Vietnam. In questo ritratto spassoso ma al contempo dolceamaro, dal sapore autobiografico, il futuro creatore di Star Wars individua quegli archetipi che segneranno le commedie generazionali a venire. Lucas celebra a posteriori il canto del cigno del sogno americano, del cui tramonto sembrano essere consci gli stessi protagonisti, fotografati in un malinconico disagio.

06 Badlands


La rabbia giovane
(Badlands) di Terrence Malick (USA, 1973, 94’) P0313 + D1173
Opera prima del trentenne Terrence Malick: un road movie riletto con piglio insolito e personale, relegando in secondo piano l'azione e puntando in modo deciso sull'introspezione psicologica. Kit e Holly sono due personaggi mossi da inquietudini di uguale intensità che si manifestano in maniera assai diversa: lei annota tutto sul suo diario con candore innocente, innamorata e estasiata dalle nuove esperienze di cui sembra cogliere solo i lati positivi; lui ha il grilletto facile, agisce e uccide senza pensare troppo alle conseguenze, segue i suoi impulsi anche quando la razionalità e la convenienza personale suggerirebbero di fare diversamente (come nel finale). In questo modo Malick descrive due anime che si muovono senza direzione, perse nell'immensità delle Badlands, affascinante emblema di una natura muta osservatrice che accentua il senso di tragedia incombente.

07 The Conversation


La conversazione
(The Conversation) di Francis Ford Coppola (USA, 1974, 113’) P1332 
Attraverso un uso geniale dello spazio scenico, il regista (anche sceneggiatore) mette in scena una sorta di incubo a occhi aperti, claustrofobico e ansiogeno, sostanzialmente ambientato in tre soli luoghi. Scandito dall'ossessiva ripetizione delle voci impresse sul nastro registrato, il film di Coppola, più che la storia della scoperta della propria coscienza da parte di una spia, è una rappresentazione cupa e graffiante della condizione dell'uomo moderno, stritolato dalla tecnologia (al tempo analogica) e privato di ogni forma di intimità. Incorniciato da due sequenze strabilianti, è uno dei (grandi) film che meglio raccontano il clima di paranoia dell'America post Watergate. Superbo Gene Hackman, grigio burocrate dello spionaggio senza una vita, allo stesso tempo vittima e sfruttatore della tecnologia a sua disposizione.

08 Jaws


Lo squalo
(Jaws) di Steven Spielberg (USA, 1975, 123’) P0239
Dopo Duel (1971), di cui riprende i perfetti meccanismi di costruzione della paura di una minaccia invisibile, il regista costruisce un avvincente thriller con pochi ma essenziali elementi, restituendo il senso di inquietudine di una minaccia incombente, senza mai concedere cali di tensione. Debitore verso il cinema di Alfred Hitchcock sotto diversi aspetti, dal montaggio ai movimenti di macchina, alla celebre colonna sonora (firmata da John Williams) che cadenza i momenti di massimo terrore e preannuncia il pericolo prossimo. Impeccabile e ben assortito il terzetto di attori, memorabile almeno quanto le riprese subacquee del mostro marino.

09 Taxi Driver


Taxi Driver 
di Martin Scorsese (USA, 1976, 113’) P0063 + D0008
Dal “casuale” sodalizio con Paul Schrader, ex critico cinematografico passato alla sceneggiatura, nasce il capolavoro assoluto di Martin Scorsese: un viaggio allucinato in una mente deviata e in una New York mai così sporca e infernale. La città, ritratta nelle vivide luci notturne della fotografia di Michael Chapman, è specchio di una nazione incapace di superare la pesante eredità del Vietnam e che nasconde la sporcizia sotto il tappeto della politica più ipocrita. Su questa società corrotta, putrescente e razzista, l'alienato Travis, antieroe per eccellenza del cinema revisionista della New Hollywood, non può che invocare un catartico “diluvio universale” o scatenare in prima persona la sua rabbia repressa.

10 The Deer Hunter


Il cacciatore
(The Deer Hunter) di Michale Cimino (USA, 1978, 182’) P0190
Opera seconda di Michael Cimino che, dopo un più che discreto esordio (Una calibro 20 per lo specialista, 1974), ci consegna un capolavoro di struggente intensità e uno dei più alti risultati della New Hollywood. E pensare che, al di là del grande successo di pubblico, fu considerato un film reazionario e filo-interventista: un primo segnale (confermato due anni dopo con I cancelli del cielo) che dimostra quanto il cinema di Cimino fu poco compreso all'epoca. Al contrario, poche pellicole hanno mostrato in modo così profondo la ferita lacerante del conflitto in Vietnam, esemplificata nella tragedia condivisa di Mike, Nick, Steven e dei loro amici (rappresentanti dell'America proletaria e multietnica). Disteso, epocale, meravigliosamente recitato da tutti, conquistò sia il pubblico che l'Academy Awards, che gli tributò cinque Oscar: film, regia, montaggio, sonoro e attore non protagonista.

sinossi: longtake.it